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Non per fare retorica di bassissima lega, ma certo che gli anni Sessanta e Settanta erano un’altra cosa. Nell’epoca dei social network band prescindibilissime ammorbano l’universo con teaser anticipazioni di album – prescindibilissimi anche loro – che vengono pubblicati col contagocce, nella migliore delle ipotesi con frequenza olimpica. Quasi mezzo secolo fa un gruppo che si chiamava Pink Floyd in tre anni esatti – dall’ottobre del ’69 allo stesso mese del ’71 – spedì nei negozi tre dischi, “Ummagumma”, “Atom Heart Mother” e “Meddle”. Poi, certo, non tutte le ciambelle riescono col buco, specie quando si forza la mano: l’album di mezzo fu definito dallo stesso David Gilmour un tentativo di “raschiare il fondo del barile” con della “merda psichedelica”.Eppure quello che l’ex sodale di Roger Waters definì sostanzialmente materiale di scarto fu la chiave che permise per la prima volta ai Pink Floyd di aprire la porta del piano più alto della classifica britannica, a dimostrazione che – quando un gruppo è valido e ha qualcosa da dire – anche il fondo del barile un certo senso ce l’ha. Perché, negli anni, quei brani in prima istanza trascurati si sono rivelati parte integrante di un percorso che avrebbe portato un gruppo a scrivere indelebilmente il proprio nome nella storia del rock, dimostrando che l’abbandono del format tradizionale di album (inteso come raccolta di canzoni) non necessariamente significhi voltare le spalle al grande pubblico e al successo commerciale: non è un caso, infatti, che “If” e “Fat Old Sun” – rispettivamente seconda e quarta traccia del disco – siano riuscite a trovare spazio (quest’ultima anche in tempi recenti) nei live solisti sia di Waters che di Gilmour.