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Non stupisce che ai “dissidenti” Justin Bieber e Kanye West la cinquantanovesima edizione dei Grammy Awards non abbia lasciato nemmeno le briciole. Stupisce meno – ma stupisce, comunque – che di briciole non ne siano state lasciate nemmeno a Rihanna, che con otto nomination in qualcosa poteva pur sperare, così come fa una certa impressione vedere Beyoncé, orgogliosa futura mamma salita sul palco dello Staples Center con un piglio tra il mariano e il regale, tornare a casa con la coda tra le gambe e con nella borsa solo due premi, tra l’altro nemmeno di altissimo profilo.

Quello che stupisce davvero, dell’edizione 2017 della music’s biggest night, è lo sbilanciamento verso il Regno Unito dimostrato dalla commissione della National Recording Academy: perché se l’exploit di Adele – con cinque premi vinti su cinque nomination, e il primato di essere la prima in assoluto a vincere per due volte (la prima fu nel 2012, con “21”) le tre statuette più importanti – poteva essere se non prevedibile se non altro auspicabile, nonostante nelle categorie di peso (Album of the Year, Record of the Year e Song of the Year, tutti vinti da Miss Adkins) la giura tenda il più delle volte a distribuire con una certa attenzione i riconoscimenti, davvero in pochi potevano immaginare il plebiscito postumo a favore di David Bowie, che sin dai pre-telecast ha iniziato a raccogliere, con “Blackstar”, i premi secondari per arrivare a portarsi a casa la statuetta come Best Rock Song.

Da una parte, insomma, c’è un padre nobile del quale ormai non ci rimane che il catalogo, e dall’altra una diva improbabile, capace di salire sul palco per rendere omaggio a George Michael (anche lui inglese) e di emozionarsi, andando fuori tempo e chiedendo quasi in lacrime all’orchestra di ricominciare da capo. In pratica, tutto il contrario dei Grammy ai quali eravamo abituati, popolati da divoratori di palchi alla Kanye West dotati di ego sovralimentati, esattamente come i loro show.

Sono stati Grammy Award moderatamente interessanti, per una volta: un po’ perché a Chance The Rapper, passato da autore da alta classifica a nome di spicco della nuova scena hip hop a stelle e strisce, un doppio riconoscimento di peso – come miglior artista debuttante e per il migliore album rap dell’anno – lo meritava. Un po’ per l’incazzatura di James Hetfield dopo il set con Lady Gaga: in quella specie di cartolina heavy immaginata da executive sessantenni di quello che dovrebbe essere un concerto metal, il microfono non funzionante e la chitarra lanciata per la stizza dietro le quinte a telecamere ancora accese hanno dimostrato che nonostante tutto le performance della music’s biggest night non sono altro che concerti, con gli annessi e connessi del caso.

E, parlando di live set dei Grammy 2017: alla TV l’impressione è che a uscirne meglio siano stati proprio Adele, con il suo tributo a George Michael, e Chance The Rapper. Beyoncé va lodata per l’impegno, ma la solennità della sua performance ha corso il rischio di scivolare nella caricatura involontaria – almeno agli occhi europei. Il tributo a Prince di Bruno Mars è stato senza dubbio sentito, sì, ma non memorabile, mentre ben congegnato ma troppo compresso è stato l’omaggio ai Bee Gees di Demi Lovato, Andra Day, Tori Kelly e Little Big Town.Che i Grammy facciano addormentare – anche senza l’aggravante del fuso orario sfavorevole – non ci vuole essere Frank Ocean per capirlo. Però gli Oscar della musica l’anno prossimo da L.A. si trasferiranno a New York, per festeggiare la sessantesima edizione: chissà che un po’ d’aria fresca (in tutti i sensi) e la lontananza dal milieu losangelino non riescano a ridare un po’ di linfa a una delle liturgie più fruste e autoreferenziali – eppure ancora insospettabilmente amate – dalla discografia americana e internazionale.